Io con te avrei voluto fare le cose fatte bene. Come quando in maniera minuziosa riesci a incasellare tutto, non c’è niente di artefatto, niente di compiuto un fretta. Niente che si possa dire che è capitato. No.
Sono le cose fatte bene, quelle che devono andare in maniera limpida per forza. Quelle che devono funzionare.
Avrei voluto fare esattamente questo.
Mi sarebbe piaciuto dire che, per una volta, non ero stata la solita. Per una volta non avevo avuto fretta, non avevo voluto correre. Ero stata brava.
Poi ho capito che a volte essere bravi non serve; a volte puoi essere il primo della classe e l’ultimo nella vita.
A volte puoi voler fare le cose nel miglior modo possibile, ma c’è comunque qualcosa che ci mette lo zampino.
Il tempo. Gli altri. L’esistenza. Qualsiasi cosa.
Qualsiasi cosa che si frappone fra te e quello che volevi fosse fatto bene, che riuscisse, che arrivasse esattamente dove doveva arrivare.
E allora li non basta la bravura.
Non basta averci provato tanto. Non basta averci creduto nel profondo.
Ho passato ore, giorni, settimane ad arredare quel posto al tuo fianco che credevo fosse mio.
L’ho pulito, arricchito, ci ho messo tutto quello che pensavo fosse necessario per farci stare bene vicini.
Ci ho messo la pazienza, l’ascolto, l’ironia. Ci ho messo il silenzio, lo sguardo, il tocco. Ci ho messo un po’ di imbarazzo, di pudore, di imprevisto.
Era tutto pronto. Anche se quel posto l’ho solo immaginato e mio non è stato mai.
E ora rimane un posto vuoto, perché era mio e di nessun altro.
Nessun altro che lo abbia pulito, arricchito, pensato per me e per te. Perché era nostro, eppure non lo è stato. E ora che si fa?
Rimane vacante, isolato, impolverato perché nessuno se ne prende cura.
Non sapremo mai quante piante ci avrebbero fiorito dentro, quanta acqua ci avrebbe dissetato e quanta carne sfamato.
Era una cosa che doveva andare bene. E invece è andata così.
Nessun commento:
Posta un commento