martedì 28 aprile 2026

Ore 21:43

Io con te avrei voluto fare le cose fatte bene. Come quando in maniera minuziosa riesci a incasellare tutto, non c’è niente di artefatto, niente di compiuto un fretta. Niente che si possa dire che è capitato. No. 

Sono le cose fatte bene, quelle che devono andare in maniera limpida per forza. Quelle che devono funzionare. 

Avrei voluto fare esattamente questo.


Mi sarebbe piaciuto dire che, per una volta, non ero stata la solita. Per una volta non avevo avuto fretta, non avevo voluto correre. Ero stata brava. 

Poi ho capito che a volte essere bravi non serve; a volte puoi essere il primo della classe e l’ultimo nella vita. 


A volte puoi voler fare le cose nel miglior modo possibile, ma c’è comunque qualcosa che ci mette lo zampino.

Il tempo. Gli altri. L’esistenza. Qualsiasi cosa.


Qualsiasi cosa che si frappone fra te e quello che volevi fosse fatto bene, che riuscisse, che arrivasse esattamente dove doveva arrivare. 

E allora li non basta la bravura.


Non basta averci provato tanto. Non basta averci creduto nel profondo. 

Ho passato ore, giorni, settimane ad arredare quel posto al tuo fianco che credevo fosse mio.


L’ho pulito, arricchito, ci ho messo tutto quello che pensavo fosse necessario per farci stare bene vicini.

Ci ho messo la pazienza, l’ascolto, l’ironia. Ci ho messo il silenzio, lo sguardo, il tocco. Ci ho messo un po’ di imbarazzo, di pudore, di imprevisto.


Era tutto pronto. Anche se quel posto l’ho solo immaginato e mio non è stato mai.

E ora rimane un posto vuoto, perché era mio e di nessun altro.


Nessun altro che lo abbia pulito, arricchito, pensato per me e per te. Perché era nostro, eppure non lo è stato. E ora che si fa? 

Rimane vacante, isolato, impolverato perché nessuno se ne prende cura.


Non sapremo mai quante piante ci avrebbero fiorito dentro, quanta acqua ci avrebbe dissetato e quanta carne sfamato. 

Era una cosa che doveva andare bene. E invece è andata così.

lunedì 30 marzo 2026

30.03.26.

Io non so più che giorno perché per me sono tutti uguali.

Non so se è martedì, mercoledì, giovedì. A volte me lo ricordo perché penso che c’è qualcosa che vorrei vedere in tv e allora mi viene in mente che sono passati due giorni dal weekend ed è martedì, oppure che avevo quella visita l’altro giorno e quindi oggi siamo a giovedì. E così via. 

Devo ricordarmi di ricordare. 

Devo ricordarmi le cose che ho da fare per attaccarci i giorni, vivendo solo per quel piccolo obiettivo e nel frattempo è tutto uguale.

Sto meglio se la mattina c’è un po’ di sole, quel tanto che basta per farmi una passeggiata con il cane senza ombrello, senza fretta. Ma poi alla fine che cambia; il sole è alto e tutto il resto è rasoterra. 


Il 31 dicembre un amico mi ha chiamato in un orario strano, pensavo che fosse per chiedermi qualcosa sull’organizzazione per la sera, per salutare l’anno insieme.

Abbiamo parlato di tutto e di niente.

“Mi fai compagnia mentre torno a casa? Ho un po’ di mal di stomaco”, così mi ha detto.

“Certo”, ho risposto. 

E siamo stati noi. Come sempre.


Lunedì ci siamo incontrati, tutto come sempre. Le giornate iniziano ad allungarsi; c’era un po’ di sole pronto a calare. 

Persone che passeggiavano, i clacson e i rumori della città tutti intorno.

Ci siamo fermati ad accarezzare un cane anzianissimo che passava insieme alla sua anzianissima padrona.

Mi ha guardato e mi ha detto: “Il 31 dicembre ti ho chiamato perché stavo per fare una cazzata e mi serviva non pensarci”.


E la cazzata era una cazzata enorme. Era andare fuori strada con la macchina, senza frenare. 

Mi chiedo se non avessi risposto al telefono cosa sarebbe successo. Mi chiedo se avessi pensato “Oddio, adesso proprio non mi va di parlare”, come accade spesso.

Per fortuna ho risposto. 


Eppure se ci penso lo capisco; lo capisco che vuol dire pensare di andare fuori strada con la macchina senza frenare. Pensare che è tutto qui, è tutto questo. E non avere alcuna consolazione, in nessun pensiero, in nessun intento. Anche presunto.

Per per fortuna ho risposto. 

Vorrei rispondere anche a me stessa, un giorno. E vorrei che i giorni non fossero tutti sempre uguali. Così noiosi, così vuoti, così pieni di vita degli altri e mai della mia.