Per tutte le volte che ho visto qualcosa e ti ho pensato.
Per tutte le volte che non c'eri.
Per tutte quelle in cui avrei voluto insultarti, ma poi non l'ho fatto.
Per le volte in cui avrei voluto gridarti in faccia e poi dimostrarti che non era vero niente.
Per ogni volta che avrei voluto abbracciarti.
Per ogni volta in cui non ho potuto.
Per quando ti ho pregato di non farlo, ma poi l'hai fatto.
Per quando ti ho detto "Dimmi tutto quello che non mi hai mai voluto dire". Ma non era abbastanza.
Per ogni giorno in cui ti ho pensato.
Per ogni giorno in cui ti ho odiato.
Per ogni giorno in cui ho parlato di te.
Per ogni giorno in cui ho pianto.
Per ogni giorno in cui ho sperato.
Per ogni giorno in cui senza di te non ce la facevo.
Per le sere in cui faceva freddo.
E per quelle in cui faceva caldo.
Per i compleanni mancati.
Per i regali immaginari.
Per le parole che ti avrei dedicato.
Per i viaggi che non abbiamo fatto.
Per ogni cosa che ha ritrovato il suo posto.
Per tutti gli aerei presi senza di te.
Per i panorami che non hai visto.
Per i risvegli che ti sei perso.
Per i sogni che mi hai rubato.
Per le parole che non hai detto quando era il momento giusto.
Per le ore nel traffico.
Per Roma in Novembre.
Per Roma a Settembre.
Per i concerti a cui non sei venuto.
Per le risate che avrei voluto farti sentire.
Per gli occhi che avrei voluto farti vedere.
Per quello che mi manca.
Per quello che manca a te.
Per le lettere che volevo darti.
Per quelle che ho tenuto per me.
Per i successi che avrei condiviso.
Per quelli a cui avrei brindato.
Per la vita che va avanti.
Per quella che resta dov'è.
Per quella che deve ancora arrivare.
Per tutte le volte che ti ho detto "Sono qui" e per tutte quelle in cui lì ci stavo veramente.
Per le volte che mi hai detto "Scendi" e a me sembrava solo di salire.
Per quello che non leggerai mai.
Per quello che non ti ho detto.
Per ciò che ancora non ti dico.
Per l'Irlanda.
Per il vento.
Per il caldo.
Per Trastevere.
Per quello che c'era.
Per quello che c'è.
Per te.
sabato 21 settembre 2019
lunedì 9 settembre 2019
Il mondo di spalle.
Mi sento invincibile e a pezzi.
Forse sono piena di pezzi invincibili che ormai non coincidono più fra loro e creano un puzzle che non si ricompone più; il classico a cui mancano delle tessere, quello bellissimo, dai colori meravigliosi che finisce nel fondo di una scatola che a sua volta è sul fondo di un armadio che si trova in fondo ad una cantina buia. Perché manca un pezzo o forse più di uno e quindi non è possibile rimetterlo insieme. Così si usura e perde valore, perde colore, perde altri pezzi e diventa polvere.
In fondo ad una cantina buia, sul fondo di un armadio, nel fondo di una scatola.
Tutti quei pezzi, piccoli e grandi pezzi. Lasciati lì, soli.
Invincibili, ma soli.
Per tutta la vita ho cercato stralci di qualcosa che potesse colmare i miei vuoti.
A volte li ho creati, altre - più spesso - non li ho trovati. E i buchi sono rimasti buchi. Solchi nei quali non arriva niente, non si ferma niente.
Se penso a te mi accorgo di aver sempre cercato di essere diversa, di assomigliare a qualcun altro.
Guardavo le ragazze per strada e dicevo "Lei sarebbe perfetta" e mi rammaricavo del fatto di non essere nemmeno lontanamente simile.
Volevo essere un'altra, per renderti felice. Ci ho provato in tutti i modi e non so se ci sono mai davvero riuscita, questo forse un giorno me lo dirai tu.
Poi ho cercato di essere Me. Una nuova Me, una che non aspetta di piacerti, ma nemmeno si piace. In fondo.
Sempre in fondo.
Sul fondo si trovano tutte le risposte.
Perché quando torni a casa c'è un attimo, un solo secondo che sembra un'eternità, sembra una lama piantata nella gola, quell'attimo ti serve per capire chi sei quel giorno, quella sera, quella notte. E non sei quasi mai chi vorresti essere, in fondo.
Quante volte hai guardato lo specchio e ci hai visto dentro tutte le mani che ti si sono posate addosso?
Quante volte negli occhi hai rivisto quelli di qualcun altro? E quante altre volte ancora guardandoti nei tuoi hai provato ad immaginare cosa avessero visto gli altri? E' tutto lì.
Tutto nella paura di quello che gli altri hanno visto di te.
C'è chi ha visto troppo e c'è chi non ha visto abbastanza.
Io ero pronta a farti vedere tutto, ma la paura mi mangiava da dentro.
E sapevo non avresti capito.
In fondo.
Per questo volevo essere perfetta, ma in realtà non lo ero nemmeno un po'.
Ho provato a darti quello che mi era mancato.
Forse ti resta ancora qualcosa, ma a me no.
Nemmeno in fondo.
Forse sono piena di pezzi invincibili che ormai non coincidono più fra loro e creano un puzzle che non si ricompone più; il classico a cui mancano delle tessere, quello bellissimo, dai colori meravigliosi che finisce nel fondo di una scatola che a sua volta è sul fondo di un armadio che si trova in fondo ad una cantina buia. Perché manca un pezzo o forse più di uno e quindi non è possibile rimetterlo insieme. Così si usura e perde valore, perde colore, perde altri pezzi e diventa polvere.
In fondo ad una cantina buia, sul fondo di un armadio, nel fondo di una scatola.
Tutti quei pezzi, piccoli e grandi pezzi. Lasciati lì, soli.
Invincibili, ma soli.
Per tutta la vita ho cercato stralci di qualcosa che potesse colmare i miei vuoti.
A volte li ho creati, altre - più spesso - non li ho trovati. E i buchi sono rimasti buchi. Solchi nei quali non arriva niente, non si ferma niente.
Se penso a te mi accorgo di aver sempre cercato di essere diversa, di assomigliare a qualcun altro.
Guardavo le ragazze per strada e dicevo "Lei sarebbe perfetta" e mi rammaricavo del fatto di non essere nemmeno lontanamente simile.
Volevo essere un'altra, per renderti felice. Ci ho provato in tutti i modi e non so se ci sono mai davvero riuscita, questo forse un giorno me lo dirai tu.
Poi ho cercato di essere Me. Una nuova Me, una che non aspetta di piacerti, ma nemmeno si piace. In fondo.
Sempre in fondo.
Sul fondo si trovano tutte le risposte.
Perché quando torni a casa c'è un attimo, un solo secondo che sembra un'eternità, sembra una lama piantata nella gola, quell'attimo ti serve per capire chi sei quel giorno, quella sera, quella notte. E non sei quasi mai chi vorresti essere, in fondo.
Quante volte hai guardato lo specchio e ci hai visto dentro tutte le mani che ti si sono posate addosso?
Quante volte negli occhi hai rivisto quelli di qualcun altro? E quante altre volte ancora guardandoti nei tuoi hai provato ad immaginare cosa avessero visto gli altri? E' tutto lì.
Tutto nella paura di quello che gli altri hanno visto di te.
C'è chi ha visto troppo e c'è chi non ha visto abbastanza.
Io ero pronta a farti vedere tutto, ma la paura mi mangiava da dentro.
E sapevo non avresti capito.
In fondo.
Per questo volevo essere perfetta, ma in realtà non lo ero nemmeno un po'.
Ho provato a darti quello che mi era mancato.
Forse ti resta ancora qualcosa, ma a me no.
Nemmeno in fondo.
lunedì 15 luglio 2019
Titanic.
Io sono troppo rotta per poter essere aggiustata.
Sono un casino, un caos. Ma di quelli che non partoriscono nessuna stella danzante.
Sarà l'estate, sarà il caldo, sarà che tutto quello che mi passa davanti mi fa schifo e mi deprime.
Vorrei svegliarmi a Settembre.
Aprire gli occhi e sapere cosa ne è stato di questa metà di Luglio e di Agosto. Se sono cambiate alcune cose o se sono sempre uguali.
Se mi sono data pace o se ancora combatto contro i mulini a vento.
Vorrei svegliarmi a Settembre e sapere se quello in cui spero si è avverato.
Se piango ancora per le stesse cose o ho lasciato che entrasse un po' di luce.
Ho il cuore a brandelli.
E sento che non regge più nulla.
Sono annoiata, arrabbiata, sconfitta.
Vorrei affrontare le giornate senza stress, senza correre contro il tempo, senza la costante sensazione che tutto ciò che ho intorno altro non sia che parte di una scenografia malconcia in cui l'umidità e l'incuria stanno divorando tutto.
Sento crescere dentro di me delle radici impossibili da sradicare; appendici di un malessere che non so sconfiggere e che attecchiscono a loro volta all'interno dei miei organi, insinuandosi per bene in ogni antro del mio corpo.
Vorrei svegliarmi a Settembre.
Mi sento a pezzi, nel vero senso della parola.
Pezzi che ho lasciato in giro e non riesco a ricompormi.
Pezzi che ho prestato e non mi sono stati restituiti.
Pezzi che ho regalato e sono stati dimenticati.
Pezzi che non trovo più.
Pezzi che mi avanzano.
Pezzi che non combaciano. Sono un puzzle di difficoltà massima.
Mi sento spezzata a metà.
Sto affondando come il Titanic. Lentamente.
L'acqua sale e mi vedo affogare.
Sento l'orchestra intonare la canzone della disfatta, sono partite le prime note, ma non c'è nessuno a complimentarsi.
Nessuno dice che è stato un onore suonare con me...
Sono un casino, un caos. Ma di quelli che non partoriscono nessuna stella danzante.
Sarà l'estate, sarà il caldo, sarà che tutto quello che mi passa davanti mi fa schifo e mi deprime.
Vorrei svegliarmi a Settembre.
Aprire gli occhi e sapere cosa ne è stato di questa metà di Luglio e di Agosto. Se sono cambiate alcune cose o se sono sempre uguali.
Se mi sono data pace o se ancora combatto contro i mulini a vento.
Vorrei svegliarmi a Settembre e sapere se quello in cui spero si è avverato.
Se piango ancora per le stesse cose o ho lasciato che entrasse un po' di luce.
Ho il cuore a brandelli.
E sento che non regge più nulla.
Sono annoiata, arrabbiata, sconfitta.
Vorrei affrontare le giornate senza stress, senza correre contro il tempo, senza la costante sensazione che tutto ciò che ho intorno altro non sia che parte di una scenografia malconcia in cui l'umidità e l'incuria stanno divorando tutto.
Sento crescere dentro di me delle radici impossibili da sradicare; appendici di un malessere che non so sconfiggere e che attecchiscono a loro volta all'interno dei miei organi, insinuandosi per bene in ogni antro del mio corpo.
Vorrei svegliarmi a Settembre.
Mi sento a pezzi, nel vero senso della parola.
Pezzi che ho lasciato in giro e non riesco a ricompormi.
Pezzi che ho prestato e non mi sono stati restituiti.
Pezzi che ho regalato e sono stati dimenticati.
Pezzi che non trovo più.
Pezzi che mi avanzano.
Pezzi che non combaciano. Sono un puzzle di difficoltà massima.
Mi sento spezzata a metà.
Sto affondando come il Titanic. Lentamente.
L'acqua sale e mi vedo affogare.
Sento l'orchestra intonare la canzone della disfatta, sono partite le prime note, ma non c'è nessuno a complimentarsi.
Nessuno dice che è stato un onore suonare con me...
martedì 9 aprile 2019
"Amatevi, idioti."
Amatevi, idioti.
Domenica Bruna ci ha lasciati per sempre ed oggi avevamo tutti un biglietto in prima fila per l'ultimo saluto; ci hanno dato una foto di lei di qualche anno fa per ricordarla sempre, ovunque. Dietro alla foto la scritta "Amatevi, idioti. E se un giorno vorrete parlarmi, chiudete gli occhi ed io sarò lì", tipico di Bruna. Questo periodo è costellato di cattive notizie.
C'è chi perde una madre.
Chi perde un figlio a pochi giorni dalla sua nascita.
Chi vede la sua vita sgretolarsi giorno dopo giorno.
E queste persone le conosco tutte, dalla prima all'ultima e ci sono io in mezzo a tutto questo che non so come reagire e che mi faccio carico di ogni dolore come fosse il mio, perché in fondo è anche il mio.
Bruna mi diceva sempre che dovevo truccarmi poco, perché sto meglio. E oggi al funerale avevo solo un po' di mascara; non ho pianto perché dentro di me già sentivo la sua voce roca "Ma che te piagni? Ma falla finita va".
Oggi non riesco ad ingranare. C'è il sole, ma non basta.
E' un periodo di transizione; sto aspettando qualcosa e non so cosa, ma mi sento vicina. Ho la sensazione che stia per arrivare, per me, solo per me, anche se sta tardando. Siamo già ad Aprile e mi chiedo come sia possibile che sia arrivata la Primavera senza che me ne accorgessi, senza che potessi dare il mio consenso. Quando ho detto di sì? Quando ho lasciato che accadesse? C'è odore di rinascita nell'aria, i fiori sbocciano e l'erba cresce. Cresce così tanto che spesso mi perdo il cane fra i campi, non lo vedo più e vuol dire che sono passati tanti mesi e che il tempo va avanti anche se io non me ne accorgo. Anche se non posso fermarlo. Soprattutto se non posso fermarlo.
Mi chiedono come va, novità, cosa ci racconti ed io non racconto niente perché non ho niente da raccontare o forse troppo e allora taccio. Con Bruna ci parlavo.
"Che te devo dì Brù, le solite cose..." e lei si accendeva una sigaretta e ascoltava, poi parlava lei e ascoltavo io.
Ci sono persone che entrano nella nostra vita in modo inaspettato e discontinuo, ma restano lì indipendentemente dal resto.
Il mondo va avanti, anche senza di me.
Anche senza Bruna, anche senza Alessandra, anche senza quel piccoletto che non ha mai visto la luce del giorno.
Il mondo semplicemente continua.
E continua tanto che se da una parte qualcuno muore, dall'altra qualcun altro invece vive e reinventa le sue mille vite. Qualcuno si sposa, qualcuno cambia lavoro, cambia città, cambia colore.
E il mondo si plasma nelle mani di chi fa del cambiamento la sua linfa vitale.
Mentre io resto qui e non so dove guardare.
Domenica Bruna ci ha lasciati per sempre ed oggi avevamo tutti un biglietto in prima fila per l'ultimo saluto; ci hanno dato una foto di lei di qualche anno fa per ricordarla sempre, ovunque. Dietro alla foto la scritta "Amatevi, idioti. E se un giorno vorrete parlarmi, chiudete gli occhi ed io sarò lì", tipico di Bruna. Questo periodo è costellato di cattive notizie.
C'è chi perde una madre.
Chi perde un figlio a pochi giorni dalla sua nascita.
Chi vede la sua vita sgretolarsi giorno dopo giorno.
E queste persone le conosco tutte, dalla prima all'ultima e ci sono io in mezzo a tutto questo che non so come reagire e che mi faccio carico di ogni dolore come fosse il mio, perché in fondo è anche il mio.
Bruna mi diceva sempre che dovevo truccarmi poco, perché sto meglio. E oggi al funerale avevo solo un po' di mascara; non ho pianto perché dentro di me già sentivo la sua voce roca "Ma che te piagni? Ma falla finita va".
Oggi non riesco ad ingranare. C'è il sole, ma non basta.
E' un periodo di transizione; sto aspettando qualcosa e non so cosa, ma mi sento vicina. Ho la sensazione che stia per arrivare, per me, solo per me, anche se sta tardando. Siamo già ad Aprile e mi chiedo come sia possibile che sia arrivata la Primavera senza che me ne accorgessi, senza che potessi dare il mio consenso. Quando ho detto di sì? Quando ho lasciato che accadesse? C'è odore di rinascita nell'aria, i fiori sbocciano e l'erba cresce. Cresce così tanto che spesso mi perdo il cane fra i campi, non lo vedo più e vuol dire che sono passati tanti mesi e che il tempo va avanti anche se io non me ne accorgo. Anche se non posso fermarlo. Soprattutto se non posso fermarlo.
Mi chiedono come va, novità, cosa ci racconti ed io non racconto niente perché non ho niente da raccontare o forse troppo e allora taccio. Con Bruna ci parlavo.
"Che te devo dì Brù, le solite cose..." e lei si accendeva una sigaretta e ascoltava, poi parlava lei e ascoltavo io.
Ci sono persone che entrano nella nostra vita in modo inaspettato e discontinuo, ma restano lì indipendentemente dal resto.
Il mondo va avanti, anche senza di me.
Anche senza Bruna, anche senza Alessandra, anche senza quel piccoletto che non ha mai visto la luce del giorno.
Il mondo semplicemente continua.
E continua tanto che se da una parte qualcuno muore, dall'altra qualcun altro invece vive e reinventa le sue mille vite. Qualcuno si sposa, qualcuno cambia lavoro, cambia città, cambia colore.
E il mondo si plasma nelle mani di chi fa del cambiamento la sua linfa vitale.
Mentre io resto qui e non so dove guardare.
domenica 17 marzo 2019
Nostalgia di cose nuove.
A Roma è primavera e io c'ho nostalgia.
Dico c'ho e non ho perché lo voglio rendere duro il suono di questo bisogno, questa voglia di evasione. Duro come lo spigolo dove mi trovo a battere le tempie nei momenti morti, che comunque sono più di quelli vivi.
Di vivo qui è rimasto poco. Se mi guardo intorno vedo solo l'inesorabile cambiamento di una vita votata alla miseria; sta cambiando tutto pur non cambiando niente.
Se conosci questa sensazione sei più vuoto, ma al contempo pieno, di chiunque altro.
Avrei voglia di tornare indietro nel tempo per concedermi il lusso di perdermi ancora, ma meglio.
Ho nostalgia di cose nuove, ne sento la mancanza pur non avendole mai avute, mai vissute, mai forse nemmeno pensate. Però ci sono, stanno lì e mi aspettano ed io non arrivo.
Rimaniamo sempre ad un passo soltanto dai traguardi della nostra vita, senza spingerci oltre, senza oltrepassare la linea gialla della nostra esistenza. Fermi senza motivo. Intrappolati in un limbo che non conosciamo se non dopo averlo visto passare.
Un limbo che esiste solo in relazione di noi stessi.
Te lo sei mai chiesto perché è capitato a te invece che a qualcun altro?
Dico c'ho e non ho perché lo voglio rendere duro il suono di questo bisogno, questa voglia di evasione. Duro come lo spigolo dove mi trovo a battere le tempie nei momenti morti, che comunque sono più di quelli vivi.
Di vivo qui è rimasto poco. Se mi guardo intorno vedo solo l'inesorabile cambiamento di una vita votata alla miseria; sta cambiando tutto pur non cambiando niente.
Se conosci questa sensazione sei più vuoto, ma al contempo pieno, di chiunque altro.
Avrei voglia di tornare indietro nel tempo per concedermi il lusso di perdermi ancora, ma meglio.
Ho nostalgia di cose nuove, ne sento la mancanza pur non avendole mai avute, mai vissute, mai forse nemmeno pensate. Però ci sono, stanno lì e mi aspettano ed io non arrivo.
Rimaniamo sempre ad un passo soltanto dai traguardi della nostra vita, senza spingerci oltre, senza oltrepassare la linea gialla della nostra esistenza. Fermi senza motivo. Intrappolati in un limbo che non conosciamo se non dopo averlo visto passare.
Un limbo che esiste solo in relazione di noi stessi.
Te lo sei mai chiesto perché è capitato a te invece che a qualcun altro?
giovedì 17 gennaio 2019
23:35, giovedì 17 gennaio. Un altro anno.
Ogni tanto ci penso ancora.
Non tanto, giusto il tempo di rovinarmi la giornata. Lascio che i ricordi prendano il sopravvento ed insieme a loro il rancore, la rabbia, la vergogna.
Ogni tanto ci penso ancora.
Non tanto, giusto il tempo di farmi rodere un po' il fegato. Giusto il necessario per ricordarmi di non pensarci più, ma alla fine succede comunque.
Ci sono ferite nell'anima che non si rimarginano nemmeno col sale, nemmeno con il lavoro duramente fatto per mettere tutto a tacere.
Non so perché accade, ma so che non ci si può sottrarre.
Qualsiasi tipo di mancanza o lutto resta lì, perché bruscamente interrotto dalla vita; da quella stessa linfa che un tempo ti permetteva di guardare al domani molto più che al presente.
Ogni tanto ci penso ancora, non so perché. Mi dico che non devo, ma poi lo faccio lo stesso. Anche se non voglio. La mente non la controlli anche quando ti sembra di farlo.
Ogni tanto succede pure che non c'è rancore, non c'è odio. Non so cosa c'è, ma vorrei chiederti come stai, che fai, se hai portato a termine ciò che speravi succedesse.
Poi torno in me.
Spesso mi chiudo a riccio perché in realtà ci sono, ma non ci sono. Mi chiudo per lasciare fuori gli altri, ma alla fine resto fuori solo io. Fuori di me, fuori da tutto.
Osservo passiva il resto del mondo che si muove veloce verso qualcosa, ma non capisco mai verso cosa. Non tengo il ritmo, perché quello non è il mio ritmo.
Ogni tanto, quando ci penso, mi perdo.
Non so dove sto andando, cosa sto facendo, semplicemente perdo la rotta. Non so perché, ma quel ricordo mi fa alienare da tutto il resto. Mi porta lontano e poi mi riporta vicino, poi di nuovo lontano e così via. Mi porta ad un'estate caldissima, al parcheggio del mercato, alla Nomentana assolata, al cinema a Luglio completamente deserto, alle passeggiate sul Tevere, alla via buia in periferia.
Poi torno qui. A questo inverno freddo.
Alle passeggiate al parco, col cane. Alla forza che ci metto ogni giorno per continuare - non so cosa, continuare e basta. Alla mia vita che è cambiata, al lavoro che sto cercando e nel quale vorrei affermarmi un giorno non troppo lontano. Alle persone che mi sono rimaste accanto. A quelle nuove che ho trovato e a quelle vecchie che ho dimenticato. Alla cioccolata calda con panna.
Poi però capita che mi perdo ancora.
E' una spirale infernale. Sembra uno di quei film in cui la storia si ripete più e più volte senza mai arrivare alla fine; quella in cui il protagonista ha innumerevoli tentativi per rimettere insieme i pezzi della sua esistenza. Ma questo non è un film. Lo dicevano anche gli Articolo 31.
Quindi capita che ci ripenso, ecco.
Ti vorrei chiedere come stai, di nuovo. Se ogni tanto ci ripensi anche tu, se qualche volta hai pensato di aver sbagliato. Chissà, forse. Se un po' ti sei sentito in colpa, se ripensi a me col sorriso o con rammarico. Se magari, passando da qualche parte che abbiamo vissuto insieme ti scappa un ricordo o magari no. Se esisto ancora, nel fondo di qualche bicchiere, nelle cose che ti facevano ridere ed in quelle che invece facevano ridere me.
E torno qui.
Alla vita che è passata, agli anni perduti, ai successi guadagnati e agli insuccessi superati.
Quante volte ho pensato di non farcela e quante volte invece ce l'ho fatta. Quante volte ho pensato di farcela e quante volte ancora invece non ce l'ho fatta proprio per niente. Quante?
La prossima settimana prendo un treno che mi porta in un'altra città, così per cambiare un po' aria. Per poco, il tempo necessario di capire che posso ancora respirare se solo me lo permetto.
In quella città in cui siamo stati, che conoscevamo già bene. E sembra riportare sempre tutto a te.
Magari un giorno ti chiedo come stai e se ancora ti piacciono le cose che ti piacevano allora. O magari no. Non lo farò. Anche se vorrei, ma non lo faccio. Non lo faccio per rispetto. Verso chi o cosa ancora devo capirlo.
Rispetto per me, ad esempio. E per te.
Comunque mentirei; ti direi che sto bene, anzi benissimo. Che tutto va come deve andare, che ho un sacco di progetti. Ed è vero, ma mi manca il coraggio di metterli in atto. E tu mi diresti che sei contento, ma sappiamo entrambi che non sarebbe vero. Che le circostanze ci fanno dire cose che in realtà non pensiamo.
Ti vorrei raccontare di quante ne ho passate e lo farei ridendo; farei ridere anche te. Sono sicura.
Ti vorrei raccontare di come è cambiato tutto, anche se alcune cose sono rimaste sempre le stesse. Ti vorrei chiedere per te cosa è cambiato, dove sei stato, cosa hai pensato mentre non c'ero. Ma poi, non c'ero veramente? Chissà.
Ho sempre pensato che fosse Destino, per tanti piccoli pezzi di un puzzle che mi hanno portato nel posto giusto al momento giusto. E adesso non so cosa farmene del Destino che è stato così infame.
Non tanto, giusto il tempo di rovinarmi la giornata. Lascio che i ricordi prendano il sopravvento ed insieme a loro il rancore, la rabbia, la vergogna.
Ogni tanto ci penso ancora.
Non tanto, giusto il tempo di farmi rodere un po' il fegato. Giusto il necessario per ricordarmi di non pensarci più, ma alla fine succede comunque.
Ci sono ferite nell'anima che non si rimarginano nemmeno col sale, nemmeno con il lavoro duramente fatto per mettere tutto a tacere.
Non so perché accade, ma so che non ci si può sottrarre.
Qualsiasi tipo di mancanza o lutto resta lì, perché bruscamente interrotto dalla vita; da quella stessa linfa che un tempo ti permetteva di guardare al domani molto più che al presente.
Ogni tanto ci penso ancora, non so perché. Mi dico che non devo, ma poi lo faccio lo stesso. Anche se non voglio. La mente non la controlli anche quando ti sembra di farlo.
Ogni tanto succede pure che non c'è rancore, non c'è odio. Non so cosa c'è, ma vorrei chiederti come stai, che fai, se hai portato a termine ciò che speravi succedesse.
Poi torno in me.
Spesso mi chiudo a riccio perché in realtà ci sono, ma non ci sono. Mi chiudo per lasciare fuori gli altri, ma alla fine resto fuori solo io. Fuori di me, fuori da tutto.
Osservo passiva il resto del mondo che si muove veloce verso qualcosa, ma non capisco mai verso cosa. Non tengo il ritmo, perché quello non è il mio ritmo.
Ogni tanto, quando ci penso, mi perdo.
Non so dove sto andando, cosa sto facendo, semplicemente perdo la rotta. Non so perché, ma quel ricordo mi fa alienare da tutto il resto. Mi porta lontano e poi mi riporta vicino, poi di nuovo lontano e così via. Mi porta ad un'estate caldissima, al parcheggio del mercato, alla Nomentana assolata, al cinema a Luglio completamente deserto, alle passeggiate sul Tevere, alla via buia in periferia.
Poi torno qui. A questo inverno freddo.
Alle passeggiate al parco, col cane. Alla forza che ci metto ogni giorno per continuare - non so cosa, continuare e basta. Alla mia vita che è cambiata, al lavoro che sto cercando e nel quale vorrei affermarmi un giorno non troppo lontano. Alle persone che mi sono rimaste accanto. A quelle nuove che ho trovato e a quelle vecchie che ho dimenticato. Alla cioccolata calda con panna.
Poi però capita che mi perdo ancora.
E' una spirale infernale. Sembra uno di quei film in cui la storia si ripete più e più volte senza mai arrivare alla fine; quella in cui il protagonista ha innumerevoli tentativi per rimettere insieme i pezzi della sua esistenza. Ma questo non è un film. Lo dicevano anche gli Articolo 31.
Quindi capita che ci ripenso, ecco.
Ti vorrei chiedere come stai, di nuovo. Se ogni tanto ci ripensi anche tu, se qualche volta hai pensato di aver sbagliato. Chissà, forse. Se un po' ti sei sentito in colpa, se ripensi a me col sorriso o con rammarico. Se magari, passando da qualche parte che abbiamo vissuto insieme ti scappa un ricordo o magari no. Se esisto ancora, nel fondo di qualche bicchiere, nelle cose che ti facevano ridere ed in quelle che invece facevano ridere me.
E torno qui.
Alla vita che è passata, agli anni perduti, ai successi guadagnati e agli insuccessi superati.
Quante volte ho pensato di non farcela e quante volte invece ce l'ho fatta. Quante volte ho pensato di farcela e quante volte ancora invece non ce l'ho fatta proprio per niente. Quante?
La prossima settimana prendo un treno che mi porta in un'altra città, così per cambiare un po' aria. Per poco, il tempo necessario di capire che posso ancora respirare se solo me lo permetto.
In quella città in cui siamo stati, che conoscevamo già bene. E sembra riportare sempre tutto a te.
Magari un giorno ti chiedo come stai e se ancora ti piacciono le cose che ti piacevano allora. O magari no. Non lo farò. Anche se vorrei, ma non lo faccio. Non lo faccio per rispetto. Verso chi o cosa ancora devo capirlo.
Rispetto per me, ad esempio. E per te.
Comunque mentirei; ti direi che sto bene, anzi benissimo. Che tutto va come deve andare, che ho un sacco di progetti. Ed è vero, ma mi manca il coraggio di metterli in atto. E tu mi diresti che sei contento, ma sappiamo entrambi che non sarebbe vero. Che le circostanze ci fanno dire cose che in realtà non pensiamo.
Ti vorrei raccontare di quante ne ho passate e lo farei ridendo; farei ridere anche te. Sono sicura.
Ti vorrei raccontare di come è cambiato tutto, anche se alcune cose sono rimaste sempre le stesse. Ti vorrei chiedere per te cosa è cambiato, dove sei stato, cosa hai pensato mentre non c'ero. Ma poi, non c'ero veramente? Chissà.
Ho sempre pensato che fosse Destino, per tanti piccoli pezzi di un puzzle che mi hanno portato nel posto giusto al momento giusto. E adesso non so cosa farmene del Destino che è stato così infame.
venerdì 21 dicembre 2018
Idiosincrasia.
Il Natale mi rende allergica. Più o meno a tutto.
Mi rende triste, come se avvertissi una mancanza, come se non avessi un pezzo; ma non so quale pezzo sia.
Ultimamente credo di aver perso me stessa, ho lasciato frammenti di me ovunque, ma allo stesso tempo da nessuna parte. Ho fatto dei progressi, dei passi avanti, ho raggiunto degli obiettivi. Eppure mi sembra di essere sempre ferma dove sono, perché manca qualcosa. Qualcosa che non so decifrare.
Ho lasciato pezzi di me nelle case delle persone che non vivo più, nelle macchine di altri, nelle vie di Roma e di altre città.
Ho lasciato me stessa in giro per il mondo e non riesco a tornare intera.
Ho sempre avuto paura di questo, fino ad oggi ho pensato di saper resistere "nonostante tutto"; quel nonostante tutto è un muro su cui schiantarsi più e più volte quando capisci che in realtà stavi semplicemente proseguendo - come tutti - come la vita che scorre nemmeno fosse un fiume.
Quando guardo indietro vedo gli strascichi di ciò che ero e di ciò che sono e non capisco se andarne fiera oppure no. Se mi guardo allo specchio non capisco come faccio a reggermi in piedi. Manca tutto. Manca l'aria spesso e volentieri.
Ogni tanto sono lucida e cerco di convincermi che sono cambiate tante cose.
Io, ad esempio. E' vero, sono cambiata, ma non lo so più. Non so più chi sono.
So che ho fatto cose che anni fa erano inimmaginabili. Ho continuato a studiare e mi sono laureata di nuovo, in anticipo. La prima fra tutti i miei amici ed i miei cugini. Anni fa questo sarebbe stato sicuramente il sogno di qualcuno, ma il mio incubo. Eppure eccomi. Laureata. Con tante esperienze nuove alle spalle, con qualche consapevolezza in più e qualche errore in meno. E nonostante tutto non mi vedo più, mi cerco e non mi trovo. E forse non ho ancora semplicemente accettato che le cose siano cambiate insieme a me e non sarò mai più la persona che credevo di essere e forse ero.
Ma forse è andata via, per sempre. E magari torna, ma magari no.
Nella vita mi sono sempre sentita nulla.
Non ero brava a scuola, non avevo successo con nessuno ed in niente in particolare. Ho provato a fare tanti sport, ma nemmeno uno mi piaceva veramente. Ho avuto tanti amici e oggi me ne restano pochi. Buoni, ma pochi. Il dramma delle persone come me è avere sempre, costantemente, la sensazione di non aver nessuno da chiamare in caso di collasso, nessuno che alzi la cornetta e dica qualcosa. Il dramma delle persone come me è avere un'idea distorta di tutto. Degli altri che vanno avanti con le loro vite e forse anche io, ma non ne sono certa. E gli anni mi passano veloci come tronchi trasportati via dalla corrente. Se guardo dietro di me viene solo da chiedermi "ma fino ad adesso dov'ero? cosa ho fatto?"; per scoprire poi che ero sempre qui, anche quando cadevo e quando mi rialzavo e quando credevo di farcela, ma poi alla fine non è stato vero. Sempre qui.
Sento strette un sacco di cose e non riesco a liberarmene. Sono ferma non essendolo. Esiste forse qualcosa di peggiore?
Il Natale è alle porte e con lui tutte le considerazioni del caso.
Si contano i posti in meno a tavola, quelli vuoti.
La morte di Alessandra me la porto ancora appresso, non l'ho superata ancora. Non ci penso mai, cerco di evitarlo; ma quando capita sento una stretta al cuore fortissima e mi vengono gli occhi lucidi. Forse perché in lei avevo trovato e ritrovato qualcuno che poteva farmi evadere, anche solo mentalmente. Qualcuno che di bene me ne voleva tanto, anche se non ho mai capito perché.
Però era una bella sensazione. Avremmo potuto fare moltissime cose, ma come sempre il Destino gioca a nostro sfavore.
Sta succedendo di tutto.
Sto scivolando in un vortice, un turbinio di persone, di sguardi, di sensazioni, di pioggia fina e battente. E non so come uscirne. Forse non ne uscirò. Forse troverò il modo di arredare sto posto e farlo mio. Lo custodirò gelosamente. O forse no. E lo abbandonerò. Non posso saperlo.
Non ho più la presunzione di sapere tutto, anzi, ho la certezza di non sapere proprio niente. E questo è davvero bello.
Guardo in faccia gli errori che faccio e mi odio, poi prendo fiato e sorrido perché, in fondo, è una bella sensazione: pensare di star sbagliando perché non si è altro che umani. Nient'altro che persone come tutte le altre al mondo. E questo mi dona un po' di leggerezza; non sto facendo niente che altri non hanno fatto prima di me. E sto imparando a vivere, come fanno gli altri.
Sto imparando a vivere per me.
21 Dicembre. Solstizio d'inverno.
Il Sole vince sempre le tenebre ed io mi auguro di vincere sul mio buio interiore.
Mi rende triste, come se avvertissi una mancanza, come se non avessi un pezzo; ma non so quale pezzo sia.
Ultimamente credo di aver perso me stessa, ho lasciato frammenti di me ovunque, ma allo stesso tempo da nessuna parte. Ho fatto dei progressi, dei passi avanti, ho raggiunto degli obiettivi. Eppure mi sembra di essere sempre ferma dove sono, perché manca qualcosa. Qualcosa che non so decifrare.
Ho lasciato pezzi di me nelle case delle persone che non vivo più, nelle macchine di altri, nelle vie di Roma e di altre città.
Ho lasciato me stessa in giro per il mondo e non riesco a tornare intera.
Ho sempre avuto paura di questo, fino ad oggi ho pensato di saper resistere "nonostante tutto"; quel nonostante tutto è un muro su cui schiantarsi più e più volte quando capisci che in realtà stavi semplicemente proseguendo - come tutti - come la vita che scorre nemmeno fosse un fiume.
Quando guardo indietro vedo gli strascichi di ciò che ero e di ciò che sono e non capisco se andarne fiera oppure no. Se mi guardo allo specchio non capisco come faccio a reggermi in piedi. Manca tutto. Manca l'aria spesso e volentieri.
Ogni tanto sono lucida e cerco di convincermi che sono cambiate tante cose.
Io, ad esempio. E' vero, sono cambiata, ma non lo so più. Non so più chi sono.
So che ho fatto cose che anni fa erano inimmaginabili. Ho continuato a studiare e mi sono laureata di nuovo, in anticipo. La prima fra tutti i miei amici ed i miei cugini. Anni fa questo sarebbe stato sicuramente il sogno di qualcuno, ma il mio incubo. Eppure eccomi. Laureata. Con tante esperienze nuove alle spalle, con qualche consapevolezza in più e qualche errore in meno. E nonostante tutto non mi vedo più, mi cerco e non mi trovo. E forse non ho ancora semplicemente accettato che le cose siano cambiate insieme a me e non sarò mai più la persona che credevo di essere e forse ero.
Ma forse è andata via, per sempre. E magari torna, ma magari no.
Nella vita mi sono sempre sentita nulla.
Non ero brava a scuola, non avevo successo con nessuno ed in niente in particolare. Ho provato a fare tanti sport, ma nemmeno uno mi piaceva veramente. Ho avuto tanti amici e oggi me ne restano pochi. Buoni, ma pochi. Il dramma delle persone come me è avere sempre, costantemente, la sensazione di non aver nessuno da chiamare in caso di collasso, nessuno che alzi la cornetta e dica qualcosa. Il dramma delle persone come me è avere un'idea distorta di tutto. Degli altri che vanno avanti con le loro vite e forse anche io, ma non ne sono certa. E gli anni mi passano veloci come tronchi trasportati via dalla corrente. Se guardo dietro di me viene solo da chiedermi "ma fino ad adesso dov'ero? cosa ho fatto?"; per scoprire poi che ero sempre qui, anche quando cadevo e quando mi rialzavo e quando credevo di farcela, ma poi alla fine non è stato vero. Sempre qui.
Sento strette un sacco di cose e non riesco a liberarmene. Sono ferma non essendolo. Esiste forse qualcosa di peggiore?
Il Natale è alle porte e con lui tutte le considerazioni del caso.
Si contano i posti in meno a tavola, quelli vuoti.
La morte di Alessandra me la porto ancora appresso, non l'ho superata ancora. Non ci penso mai, cerco di evitarlo; ma quando capita sento una stretta al cuore fortissima e mi vengono gli occhi lucidi. Forse perché in lei avevo trovato e ritrovato qualcuno che poteva farmi evadere, anche solo mentalmente. Qualcuno che di bene me ne voleva tanto, anche se non ho mai capito perché.
Però era una bella sensazione. Avremmo potuto fare moltissime cose, ma come sempre il Destino gioca a nostro sfavore.
Sta succedendo di tutto.
Sto scivolando in un vortice, un turbinio di persone, di sguardi, di sensazioni, di pioggia fina e battente. E non so come uscirne. Forse non ne uscirò. Forse troverò il modo di arredare sto posto e farlo mio. Lo custodirò gelosamente. O forse no. E lo abbandonerò. Non posso saperlo.
Non ho più la presunzione di sapere tutto, anzi, ho la certezza di non sapere proprio niente. E questo è davvero bello.
Guardo in faccia gli errori che faccio e mi odio, poi prendo fiato e sorrido perché, in fondo, è una bella sensazione: pensare di star sbagliando perché non si è altro che umani. Nient'altro che persone come tutte le altre al mondo. E questo mi dona un po' di leggerezza; non sto facendo niente che altri non hanno fatto prima di me. E sto imparando a vivere, come fanno gli altri.
Sto imparando a vivere per me.
21 Dicembre. Solstizio d'inverno.
Il Sole vince sempre le tenebre ed io mi auguro di vincere sul mio buio interiore.
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